Buchi neri nello spazio

giovedì, aprile 20, 2006
aaaagh!
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mercoledì, marzo 22, 2006
funziona?
postato da loziofranco | 21:16 | commenti (2)


giovedì, ottobre 07, 2004
PRUDENTI COME I SERPENTI...
Eh, sì, in questi giorni devo schermare in difesa e in attacco, non dispensando di dare qualche morso velenoso a destra e a manca.
E' una vera e propria guerra (di sopravvivenza).
Passata la foga della battaglia, al riparo, ti vengono gli scrupoli... Meno male che il Vangelo usa il paragone dei serpenti: se l'avessi inventato io, non ci avrei mai pensato; ma bisogna fare proprio così...
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martedì, ottobre 05, 2004
Una preghiera forte forte per Cristina (http://piccolacanaglia.splinder.com/) e la sua piccola creatura.
L'angelo di Dio si accampa accanto a quanti lo temono e li salva.
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mercoledì, settembre 29, 2004
O DIO, CHE RIVELI LA TUA ONNIPOTENZA SOPRATTUTTO CON LA MISERICORDIA E IL PERDONO…

L'abbiamo pregato domenica scorsa, alla Messa (l'inizio dell'orazione "Colletta", prima delle letture).
Dobbiamo ammetterlo: coniugare l'onnipotenza con la misericordia non è una semplice addizione tra addendi omogenei. La nostra idea di onnipotenza dista anni luce dall'essere misericordioso. Alla prima è associata la valenza della forza, del giudizio, dell'invincibilità. Al secondo, la debolezza, la sostanziale incapacità di influire nella realtà, l'inutilità.
Entrambe queste idee sono radicate e diffuse nel nostro sentire comune. E soprattutto, inconciliabilmente distanti tra loro.
Se noi cristiani abbiamo preso le distanze dal "Dio giudice" pronto a punire e a condannare, offriamo piuttosto l'immagine di un "compagnone" sostanzialmente in balia degli avvenimenti e, tutto sommato, incapace di modificarne l'andamento.
L'estrema concisione della Liturgia ci lascia intravedere una realtà molto diversa: più che un'onnipotenza misericordiosa, una misericordia onnipotente. Misericordia non come debolezza del cuore, ma come amore traboccante e potente, capace di creare, generare, avvolgere. Una misericordia che tutto può. Una misericordia con un'invincibile possibilità di perdono per tutti, qualunque sia l'estremo abisso del male o della colpa. Una misericordia che non si arresta davanti a nulla, non è intimorita di nulla, che continua a chiamarci.
Siamo richiamati a confidare di più nella potenza di un perdono divino che, pur se sempre accessibile a tutti, non per questo è meno prezioso.
E proprio in questi giorni, in cui gli avvenimenti sembrano celebrare il trionfo della violenza e dell'incapacità di pace, ci viene rivolto l'invito a confidare saldamente nel progetto di amore del Padre nostro: Cristo, nostro Re, abbi pietà di noi.
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martedì, settembre 28, 2004
LA RIPETITIVITÀ
Ho cercato di accennare ad alcuni motivi che fanno del Rosario una devozione profondamente domenicana. L'"Ave Maria" racchiude tutte le caratteristiche di una predica breve e perfetta. E il Rosario intero è segnato dal tema del cammino, il nostro e quello dell'umanità. Tutto ciò si adatta bene alla vita di un Ordine di predicatori itineranti. Avrei potuto sottolineare altre cose, come la base biblica dei misteri, che costituisce una meditazione prolungata sulla parola di Dio nella Scrittura. Ma ho già detto abbastanza!
Devo tuttavia affrontare un'obiezione finale. Ho provato a illustrare la ricchezza teologica del Rosario. Ma resta il fatto che, quando si recita il Rosario, si pensa raramente a qualcosa. In realtà non pensiamo alla natura della predicazione o alla storia umana e al suo rapporto con la storia della salvezza. Nella nostra mente c'è un vuoto immenso. A volte ci domandiamo perché stiamo ripetendo all'infinito le stesse parole in questo modo quasi privo di senso. Questo non è certamente molto "domenicano"! Eppure, dall'inizio della nostra tradizione, i nostri frati e le nostre suore hanno gioito di questa ripetitività. Si narra che il nostro confratello Romeo, morto nel 1261, recitasse mille "Ave Maria" al giorno!
In primo luogo, molte religioni si distinguono per questa tradizione di ripetere le parole sacre. Si è spesso detto che il Rosario è molto simile a certe forme di preghiera orientale, e che la ripetizione continua di queste parole può operare una lenta, ma profonda trasformazione dei nostri cuori. Poiché si tratta di cosa assai nota, non voglio aggiungere altro.
Si potrebbe inoltre osservare che questa ripetitività non indica necessariamente una mancanza di immaginazione. Forse è soltanto un piacere esaltante che ci fa ripetere le parole. Quando amiamo qualcuno, sappiamo che non ci basta dire "Ti amo" una volta sola. Desideriamo ripeterlo più volte, sperando che anche gli altri vogliano sentirlo.
G. K. Chesterton affermava che la ripetitività è una caratteristica della vitalità dei bambini, i quali amano ascoltare le medesime storie, con le medesime parole, ripetute all'infinito, non perché siano annoiati o privi di immaginazione, ma perché hanno il gusto della vita.
Infine, è vero che, quando recitiamo il Rosario, spesso non pensiamo a Dio. Possiamo andare avanti per ore senza pensarci affatto. Stiamo soltanto là a recitare le nostre preghiere. Ma questa può essere una cosa buona. Quando recitiamo il Rosario, proclamiamo che il Signore è realmente con noi e che noi siamo alla sua presenza. Ripetiamo le parole dell'angelo "Il Signore sia con te". È una preghiera che esprime la presenza di Dio. E quando noi siamo con le persone, non abbiamo bisogno di pensare a loro. Come scrisse Simon Tugwell: "Non penso al mio amico quando è accanto a me; sono troppo occupato a godere della sua presenza. Quando è lontano, allora comincio a pensare a lui. Pensare a Dio con troppa facilità ci porta a trattarlo come se fosse assente. Ma non è assente".
Perciò, nel Rosario non cerchiamo di pensare a Dio. Godiamo invece delle parole che un angelo ha rivolto a ciascuno di noi: "Il Signore sia con te". Ripetiamo all'infinito queste medesime parole, con l'infinita esuberanza vitale dei figli di Dio che esultano per la Buona Novella.


FRA TIMOTHY RADCLIFFE
Maestro dell'Ordine Domenicano

Lourdes, ottobre 1998
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lunedì, settembre 27, 2004
I MISTERI DEL ROSARIO: LA STORIA DELLA SALVEZZA
L'"Ave Maria" individuale è quindi la preghiera del cammino che ciascuno di noi deve compiere, dalla nascita, attraverso il momento presente, fino alla morte. Ma, in definitiva, la nostra vita non ha significato in se stessa, come storia privata e individuale. La nostra vita ha significato soltanto perché è inserita in una storia più grande, che va dal principio a una fine ignota, dalla Creazione al Regno. E questo arco di tempo è scandito dai misteri del Rosario, che narrano la storia della redenzione.
I misteri del Rosario sono stati paragonati alla Summa Theologiae di S. Tommaso. A modo loro, dicono come tutto provenga da Dio e tutto ritorni a Dio. Infatti, ciascun mistero del Rosario fa parte di un unico mistero, quello della nostra redenzione in Cristo. Come scrisse Paolo agli Efesini, "poiché egli ci ha fatto conoscere in tutta sapienza e intelligenza il mistero della sua volontà, allo scopo, che aveva rivelato in Cristo come progetto per la pienezza dei tempi, di unire in lui tutte le cose, le cose del cielo e le cose della terra" (Ef 1,9).
Così, potremmo dire che ciascuna "Ave Maria" rappresenta una vita individuale, con la propria storia, dalla nascita alla morte. Però tutte queste "Ave Maria" sono inserite nei misteri del Rosario, proprio come la vita individuale di ciascuno di noi è inserita nella storia più ampia della redenzione. Abbiamo bisogno di queste due dimensioni, di una storia a due livelli. Io sento l'esigenza di dare forma e significato alla mia vita, alla storia di questa unica umanità di carne e di sangue, con i miei momenti di fallimento e di vittoria. Se non c'è posto per la mia storia irripetibile, allora mi immergerò semplicemente nella storia dell'umanità. Poiché Cristo mi dice: "Oggi sarai con me in paradiso", ho bisogno dell'"Ave Maria" individuale, del mio piccolo dramma personale, di fronte alla mia piccola morte personale. Forse la mia morte non significherà molto per l'umanità, ma sarà importantissima per me.
Tuttavia non basta rimanere fermi a questo livello puramente personale. Io devo trovare la mia vita inserita nel dramma più vasto del progetto di Dio. La mia storia da sola non ha significato. La mia "Ave Maria" individuale deve trovare posto nei misteri del Rosario. Così il Rosario offre quel perfetto equilibrio che ci è necessario nella ricerca di un significato da dare alla nostra vita, sia personale che comunitaria.

(ce n'è ancora un pezzetto...)
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domenica, settembre 26, 2004
L'ORA DELLA NOSTRA MORTE
Il momento certo in cui finisce la nostra vita corporale è la morte: "Prega per noi peccatori adesso e nell'ora della nostra morte". Di fronte alla morte, noi recitiamo il Rosario. Sono appena tornato da Kinshasa, nel Congo, dove molte nostre suore hanno affrontato la morte in anni recenti. La Provinciale delle Suore Missionarie di Grenada, suor Cristina, mi raccontò di come lei e le sue consorelle fossero state costrette a fuggire dalla loro casa nel Congo settentrionale, durante l'ultima guerra. Esse furono nascoste nella boscaglia da alcuni amici. Suor Cristina, che è medico, durante la fuga incontrò un uomo a cui tempo prima aveva alvato la moglie. Egli le disse che ora toccava a lui salvarle la vita. Intorno si udiva da ogni parte il rumore degli spari. Alle suore fu detto che i ribelli avevano scoperto il loro rifugio e che sarebbero arrivati presto per ucciderle. Di fronte alla morte, tutte si misero a recitare il Rosario. È una preghiera per chiedere che, al momento della nostra morte, sapendo che noi da soli non lo potremo fare, Maria preghi per noi.
Penso anche a mio padre. Durante la seconda guerra mondiale, mia madre rimase a Londra con i tre figli più grandi: io stavo per nascere. Le bombe cadevano su Londra ogni notte, ma mia madre insisteva nel voler restare in casa nel caso in cui mio padre potesse avere una licenza e tornare a casa. E mio padre promise che, se tutta la nostra famiglia fosse sopravvissuta alla guerra, egli avrebbe recitato il Rosario ognis era. Così, uno dei ricordi della mia infanzia è mio padre che, ogni sera prima di cena, cammina nel soggiorno recitando il Rosario. Ogni sera rendeva grazie per essere stato salvato da quella minaccia di morte. E uno degli ultimi ricordi che ho di mio padre riguarda i momenti precedenti la sua morte, quando ormai era troppo debole per pregare; allora noi della famiglia, la moglie e sei figli, ci raccogliemmo intorno al suo letto e recitammo il Rosario per lui. Era la prima volta che lui non poteva farlo. Quella morte, alla presenza di noi tutti, fu una risposta a quella preghiera che egli aveva recitato tante volte: "Prega per noi peccatori adesso e nell'ora della nostra morte".
T. S. Eliot comincia una delle sue poesie con queste parole: "Prega per noi peccatori adesso e nell'ora della nostra nascita". Ed è giusto, perché noi dobbiamo affrontare questi tre momenti sicuri della nostra vita: la nascita, il presente, e la nostra morte. Ma la cosa che desideriamo in ogni momento è sempre una nascita. Ciò che desideriamo adesso, da peccatori, non è la misericordia che semplicemente dimentichi quanto abbiamo fatto, ma che faccia anche di questo momento una nascita nuova, un inizio nuovo. E di fronte alla morte, desideriamo sentire le parole dell'angelo che annuncia una nuova fertilità, poiché la vita di ognuno di noi è aperta alla novità infinita di Dio, alla sua freschezza inesauribile. L'angelo ritorna più volte, portando nuove Annunciazioni di buona novella.

(ancora? ... sì!)
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sabato, settembre 25, 2004
ADESSO
Il Rosario invoca non soltanto il tempo della nascita, ma anche il presente. "Prega per noi peccatori adesso". Adesso è il momento presente nel pellegrinaggio della nostra vita, quando dobbiamo andare avanti, sopravvivere, nel nostro cammino verso il Regno.
È interessante che questo momento presente sia visto come un tempo in cui noi peccatori abbiamo bisogno di compassione. È una compassione profondamente domenicana. Ricordate che Domenico chiedeva sempre a Dio: "Signore, abbi misericordia del tuo popolo. Cosa avverrà dei peccatori?". Adesso è il momento in cui abbiamo bisogno di compassione, di misericordia. Nella Cappella Sistina, nell'affresco del Giudizio Universale, è raffigurato un uomo che viene strappato al Purgatorio da un angelo che stringe un Rosario.
Adesso è il momento in cui dobbiamo sopravvivere, chiedendoci quanto tempo dovremo aspettare per giungere al Regno. Quando un domenicano americano ritornò dopo qualche tempo a visitare la Cina, qualche anno fa, trovò vari gruppi di Domenicani laici, sopravvissuti per anni alla persecuzione e all'isolamento. E l'unica cosa che avevano conservato era stata la recita in comune del Rosario. Era il pane quotidiano della loro sopravvivenza? Ed è la preghiera per i sopravvissuti nel tempo presente. Durante il comunismo, quando il nostro confratello Dominik Duka era in carcere con Vaclav Havel, poi presidente della Repubblica Ceca, essi recitavano insieme il Rosario con un pezzo di spago annodato.
Bede Jarret, Provinciale inglese negli anni trenta, inviò Bertrand Pike, un membro della Provincia, in Sudafrica, per aiutare la nuova missione dell'Ordine. Ma Pike non si sentiva all'altezza della situazione. Gli mancava il coraggio di andare avanti. Allora Bede gli ricordò che una volta, durante la guerra, egli aveva trovato il coraggio nel proprio Rosario: "Ricordi quel giorno terribile in cui dovevi attraversare le trincee a Ypres, ma non ne avevi il coraggio, e soltanto dopo tre o quattro tentativi decidesti di passare? E come ti accorgesti di avere le dita ferite dai bordi intagliati del tuo Rosario, perché li avevi stretti inconsapevolmente per farti coraggio con il loro contatto?". "Sì, lo ricordo". "Ma, mio caro Bertrand, il coraggio e la paura non sono incompatibili. Hanno coraggio soltanto quelli che fanno ciò che devono fare, anche se hanno paura".
Il Rosario è la preghiera per tutti noi, che abbiamo bisogno di coraggio per andare avanti, per vincere la paura. Ci dà il coraggio del pellegrino.

(segue...)
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venerdì, settembre 24, 2004
IL CONCEPIMENTO
Le parole dell'angelo promettono fertilità. La benedizione di Dio ci rende fertili. Ciascuno di noi, nella propria nascita individuale, è il frutto di un grembo che è stato benedetto.
Io credo che la benedizione promessa dall'angelo prenda sempre la forma di fertilità in ogni vita umana. È la benedizione di un nuovo inizio, la grazia della freschezza. Forse noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio perché prendiamo parte alla creatività di Dio. Siamo suoi collaboratori nel creare e ricreare il mondo. L'esempio più drammatico e miracoloso di questo è il parto. Ma anche noi uomini, che non possiamo operare questo miracolo, siamo benedetti dalla fertilità. Quando ci troviamo di fronte ad aridità, sterilità, futilità, allora Dio ci viene in aiuto con una parola fertile. Ogni volta che Dio si avvicina a noi, possiamo essere creativi, possiamo trasformare, rinnovare, sia coltivando il terreno, piantando e seminando, sia attraverso l'arte, la poesia, la pittura.
"Benedetto è il frutto del tuo seno". Allora per noi il modo migliore di predicare il miracolo di questa fertilità è forse attraverso l'arte, la pittura, il canto, la poesia, perché queste sono piccole parti di quella stessa benedizione, l'infinita fertilità di Dio.

(ce n'é ancora...)
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giovedì, settembre 23, 2004
"AVE MARIA": LA STORIA DELL'INDIVIDUO
Ciascuna "Ave Maria" traccia il cammino individuale che ognuno di noi deve compiere, dalla nascita alla morte, e che è contrassegnato dal ritmo biologico di ogni vita umana, con gli unici tre momenti della nostra vita di cui abbiamo la certezza assoluta: che siamo nati, che ora viviamo, e che moriremo. Comincia con l'inizio di ogni vita umana, il concepimento nel grembo materno. Ci assegna un posto adesso, mentre chiediamo le preghiere di Maria. Pensa al momento della morte, la nostra morte. È una preghiera straordinariamente fisica, significata dall'inevitabile dramma corporeo di ciascun corpo umano, che è nato e deve morire. Perciò è senza dubbio profondamente domenicana.
Infatti la predicazione di Domenico iniziò nel sud della Francia contro gli eretici che disprezzavano il corpo e per i quali tutta la creazione era un male. Dovette combattere contro una di quelle ondate di spiritualità dualistica che hanno periodicamente invaso l'Europa. Agostino, di cui seguiamo la regola, fu coinvolto in un movimento del genere, quando da giovane divenne manicheo. E anche oggi, gran parte del pensiero popolare è profondamente dualista. Gli studi dimostrano che gli scienziati moderni pensano spesso alla salvezza in termini di fuga dal corpo.
Ma la Tradizione Domenicana ha frequentemente sottolineato che noi siamo esseri fisici, corporei. Tutto ciò che siamo viene da Dio: riceviamo il sacramento del corpo e sangue di Gesù per nostro nutrimento; crediamo nella risurrezione dei corpi.
Il cammino che ciascuno di noi deve compiere è, in primo luogo, quello fisico, biologico, che ci conduce dal grembo di nostra madre alla tomba. È in questo arco di vita biologica che incontreremo Dio e troveremo la salvezza. E questa semplice preghiera ci aiuta e ci aiuterà nel nostro cammino.

procede...
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mercoledì, settembre 22, 2004
UNA PREGHIERA PER LA CASA E UNA PREGHIERA PER IL VIAGGIO
Questa preghiera è intensamente domenicana anche per un altro motivo: perché è una preghiera per la casa e una preghiera per la strada. È una preghiera che costruisce la comunità e che inoltre ci sprona nel nostro cammino. E questa è una tensione fortemente domenicana. Noi abbiamo bisogno delle nostre comunità. Abbiamo bisogno di luoghi in cui sentirci a nostro agio, con i confratelli e le consorelle. Allo stesso tempo, però, siamo predicatori itineranti e non possiamo rimanere fermi troppo a lungo, ma dobbiamo spesso metterci in cammino per predicare. Siamo insieme contemplativi e attivi. Permettete che vi spieghi in che modo l'"Ave Maria" è segnata dalla stessa tensione.
Pensate ai grandi e splendidi dipinti che raffigurano l'annunciazione. Generalmente rappresentano una scena domestica: l'angelo è entrato nella casa di Maria, che è nella sua stanza, di solito intenta alla lettura. Fuori si intravede un giardino. È qui che la storia comincia, a casa. Ed è giusto, perché la Parola di Dio " viene ad abitare in mezzo a noi". Pianta fra noi la sua tenda.
E in un certo modo, il Rosario è spesso la preghiera della casa e della comunità. Per tradizione veniva recitato ogni giorno in famiglia e nelle comunità religiose. Dalla metà del secolo quindicesimo assistiamo alla fondazione di confraternite del Rosario che si riuniscono per pregae insieme. Così il Rosario è profondamente legato alla comunità, essendo una preghiera che condividiamo con altri. Devo confessare che i miei ricordi di Rosari recitati in famiglia sono piuttosto incerti! Non recitavamo il Rosario a casa, però stavamo sovente con dei cugini che lo recitavano insieme ogni sera. Ma era quasi sempre un disastro. Per quanto le porte fossero accuratamente chiuse, i cani irrompevano in casa e ci facevano le feste, leccandoci il viso. Così, nonostante il nostro fermo proposito di essere devoti, crollavamo, mettendoci a ridacchiare.
Ma il saluto dell'angelo non lascia Maria a casa. L'angelo è venuto a turbare la sua vita domestica. Penso spesso a una meravigliosa Annunciazione dipinta dal nostro confratello domenicano Petit, che vive e opera in Giappone. Egli rappresenta Gabriele come un grande messaggero che riempie la tela, e Maria come una piccola, timida, schiva ragazza giapponese, alla quale viene sconvolta la vita. Ella è spinta a compiere un viaggio, che la condurrà prima nella casa di Elisabetta, poi a Betlemme, in Egitto, a Gerusalemme. È un viaggio che la porterà ad avere il cuore trafitto, che la condurrà ai piedi della croce. È un viaggio che, alla fine, la eleverà al Cielo e alla gloria.
Quindi il Rosario è anche la preghiera di quelli che viaggiano, dei pellegrini come noi. Sono giunto ad amare il Rosario proprio come preghiera per i miei viaggi. È una preghiera per gli aeroporti e per gli aerei. È una preghiera che recito spesso quando atterro in un luogo sconosciuto, e mi chiedo cosa vi troverò e cosa potrò dare. È una preghiera che recito quando riparto, per ringraziare di tutto quanto ho ricevuto dai confratelli e dalle consorelle. È una preghiera di pellegrinaggio intorno all'Ordine.
Credo che la struttura del viaggio di Maria conferisca al Rosario un duplice carattere. Uno lo troviamo nelle parole di ciascuna "Ave Maria"; l'altro nella composizione dei misteri del Rosario.

prosegue...
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martedì, settembre 21, 2004
L'ANGELO COME PREDICATORE
L'"Ave Maria" comincia con le parole dell'angelo Gabriele "Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te". Gli angeli sono predicatori di professione. Tutto il loro essere proclama la Buona Novella. Le parole di Gabriele sono una predica perfetta. E anche breve! Egli proclama l'essenza di ogni predicazione: "Il Signore è con te". Il cuore della nostra vocazione è racchiuso in queste parole, nel dirci l'un l'altro: "Salve Daniel, Salve Eric, il Signore è con te". Questo spiega perché Umberto di Romans, uno dei primi Maestri dell'Ordine, disse che noi Domenicani siamo chiamati a vivere come angeli. Anche se, per mia esperienza, devo ammettere che non ci sono molti angeli fra i Domenicani.
L'"Ave Maria" può essere considerata una predica anche per un altro motivo. Perché una predica non ci parla soltanto di Dio; comincia dalla parola di Dio che viene rivolta a noi. Predicare non significa soltanto raccontare dei fatti che riguardano Dio. Ci porta la Parola di Dio che infrange il silenzio tra Dio e noi.
Le parole iniziali della preghiera sono rivolte a Maria dall'angelo: "Ave Maria, piena di grazia". Il principio di ogni cosa è la Parola che sentiamo. S. Giovanni scrisse: "In questo sta l'amore, non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" (1 Gv 4, 10). In realtà, al tempo di S. Domenico, l'"Ave Maria" era formata soltanto dalle parole dell'angelo e da quelle di Elisabetta. Fu solo più tardi, dopo il Concilio di Trento, che si aggiunsero le parole rivolte da noi a Maria.
Così noi consideriamo spesso la preghiera come lo sforzo che facciamo per parlare con Dio. La preghiera può sembrare una lotta per raggiungere un Dio lontano, che forse non ci ascolta. Invece questa semplice preghiera ci ricorda che non è così. Noi non infrangiamo il silenzio. Quando parliamo, rispondiamo a una parola che ci è stata rivolta. Siamo introdotti in una conversazione che era già cominciata senza di noi. L'angelo proclama la Parola di Dio. E questo crea uno spazio in cui noi, a nostra volta, possiamo dire: "Santa Maria, Madre di Dio".
La nostra vita è spesso tormentata dal silenzio. C'è il silenzio del Cielo, che a volte sembra chiuso per noi. C'è il silenzio che sembra separarci dagli altri. Ma la Parola di Dio viene a noi grazie a una buona predica e abbatte quelle barriere. Troviamo le parole, parole da rivolgere a Dio e parole da rivolgerci l'un l'altro.
Meister Eckhart una volta disse che "noi non preghiamo, siamo pregati". Le nostre parole sono il riflesso, il prolungamento della Parola rivolta a noi. Le nostre preghiere sono Dio che prega, benedice, loda dentro di noi. Come scrive S. Paolo, "Quando gridiamo "Abbà, Padre" lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio (…)" (Rm 8, 14). I saluti dell'angelo e di Elisabetta a Maria continuano nelle parole che noi rivolgiamo a lei. La seconda parte della preghiera echeggia la prima: così l'angelo saluta: "Ave Maria, piena di grazia" e queste parole diventano, sulle nostre labbra, lo stesso saluto: "Santa Maria". Elisabetta dice: "Benedetto è il frutto del tuo seno", e noi diciamo: "Madre di Dio". Siamo coinvolti nel linguaggio di Dio. La nostra preghiera è Dio che parla con noi.
Perciò mi piace affermare che questa semplice preghiera dell'"Ave Maria" è il modello di una breve predica. Proclama la Buona Novella. Ma come ogni buona predica fa di più. Non si limita a darci delle informazioni: ci dona una Parola di Dio, una Parola che echeggia nelle nostre parole, che vince il nostro silenzio e ci dà voce.

to be continued...
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lunedì, settembre 20, 2004
SEMPLICITÀ
Sembra piuttosto strano che una preghiera semplice come il Rosario sia associata in modo particolare ai Domenicani, che non sono quasi mai considerati persone molto semplici. Abbiamo la fama di scrivere libri di teologia lunghi e complessi. Eppure, abbiamo lottato perché il Rosario rimanesse "nostro". Il Capitolo Generale del 1574 spronava i confratelli a predicare il Rosario. È "nostra sacra haereditas", la "nostra eredità sacra".
C'è una lunga tradizione di quadri raffiguranti la Madonna che consegna il Rosario a S. Domenico. Ma nello stesso tempo, altri Ordini religiosi si ingelosirono e fecero dipingere dei quadri con la Madonna che consegna il Rosario ad altri santi. Ma noi ci difendemmo e, mi sembra nel diciassettesimo secolo, persuademmo il papa a "mettere al bando" la concorrenza. Soltanto S. Domenico ebbe il permesso di venire raffigurato nell'atto di ricevere il Rosario dalle mani della Madonna! Ma perché questa preghiera così semplice è tanto cara ai Domenicani?
Forse perché alla base della nostra tradizione teologica c'è un desiderio di semplicità. S. Tommaso d'Aquino ha detto che non possiamo comprendere Dio perché Egli è assolutamente semplice, al di là di ogni nostra comprensione. Dobbiamo passare attraverso la complessità per giungere alla semplicità.
Esiste una falsa semplicità che dobbiamo abbandonare. È la semplicità di quelli che semplificano troppo, che hanno risposte troppo facili per ogni cosa, che sanno tutto in anticipo. Essi sono o troppo pigri o incapaci di pensiero. Ed esiste la semplicità vera, la semplicità del cuore, la semplicità dell'occhio trasparente. La possiamo raggiungere soltanto per gradi, con la grazia di Dio, a mano a mano che ci avviciniamo all'accecante semplicità di Dio. Il Rosario è davvero semplice, molto semplice. Ma possiede la saggia e profonda semplicità di cui siamo assetati e in cui troveremo pace.
Si narra che S. Giovanni Evangelista, invecchiando, fosse diventato "molto semplice". Gli piaceva giocare con una colomba, e alle persone che andavano a trovarlo riusciva soltanto a dire: "Amatevi gli uni gli altri". Voi ed io non ce la caveremmo con così poco! La gente non crederebbe più in noi. Solo qualcuno come S. Giovanni, che scrisse il Vangelo più ricco e complesso di tutti, può giungere all'autentica semplicità della saggezza e limitarsi a dire: "Amatevi gli uni gli altri". Sì, il Rosario è molto semplice. Ma forse è un invito a trovare quella profonda semplicità della vera saggezza. Si dice che Lagrange, uno dei fondatori della cultura biblica di oggi, facesse tre cose ogni giorno: leggeva i giornali, studiava la Bibbia e recitava il Rosario!

continua...
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domenica, settembre 19, 2004
"Quando mi chiesero di parlare del Rosario, devo confessare di avere avuto un momento di panico.
Non ho mai letto niente sul Rosario, né vi ho mai riflettuto in vita mia.
Sono certo che parecchi di voi sappiano formulare sul Rosario dei pensieri molto più profondi dei miei.
La recita del Rosario è semplicemente qualcosa che faccio senza pensarci, così come respiro. Io respiro di continuo, però non ho mai fatto un discorso su questo.
Recitare il Rosario è semplice, come respirare."
Fra Timothy Radcliffe O.P.

Mi è caduta tra le mani la lettera "Recitare il Rosario" del Maestro generale dei Domenicani dal 1992 al 2001. Vale la pena leggerla. La metto qui, così la ritrovo più facilmente.
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mercoledì, settembre 08, 2004
IL SOLE DOPO LE NUVOLE

Venerdì era iniziato con quel velo di inquietudine che fiacca il buon sonno ristoratore: e così alle cinque del mattino accendi il pc per dare un'occhiata ai blog.

Alle sei squilla il telefono: "Mimmo, corri a casa di mamma e chiama il dottore."
"Arrivo subito."
Mi avvio per vestirmi, ma ho dimenticato qualcosa:
"Enza, ma cosa devo dire al dottore?"
"Mamma è a terra svenuta che ha vomitato sangue. Ha appena avuto la forza di chiamarmi."
L'ansia sale a mille.
Batto ogni record di velocità e mi merito il ritiro di duecento punti della patente (taglio la strada a un'estemporanea gara di corsa di aspiranti olimpionici - un "le murt di mammet'" mi ricorda che siamo a Bari) e in dieci minuti sono nella sua stanza. E' stesa sul letto e ha la camicia da notte imbrattata di un sangue nero e grumoso. Trema tutta e cadenza un lamento disperato.
Guardo mia sorella, infartuata: meno male, è lucida e non è travolta dall'emozione. Cerco di ragionare freddamente. L'ambulanza, presto.
Un po' di zucchero? No, non diamole nulla. L'ambulanza tarda. Chiamo il dottore. Mi consiglia di chiamare l'ambulanza. Già fatto. Attendiamo. Signore, misericordia! Vedo mia madre che soffre ridotta in fin di vita. Fa male. Finalmente arrivano. Dal citofono apro il portone senza dire il piano. Scendo e li vado a prendere. Sono calmi. Meno male.
"Che è successo, signora?"
"Da mezzanotte, ho cominciato a star male: è successo tre volte, fino a stamattina."
L'inevitabile, sia pur addolcito, rimprovero: "Ma perché non ci hai chiamato prima?" con la scontata risposta: "Non volevo dare disturbo..." (ma procurarci un infarto, si, eh?).
OK, andiamo in ospedale.
Seguo l'ambulanza. Entriamo al pronto soccorso. Aspetto fuori della sala di visita. Dopo la visita, si deve attendere (che cosa?). Gli infermieri chiacchierano delle loro condizioni di lavoro, dei turni e della disorganizzazione della loro struttura. Sulla lettiga, mia madre ascolta con ironia rassegnata: meno male, si è ripresa, penso. Finalmente al reparto: Clinica chirurgica IV. Uscendo, mi fa: "Mimmo spingi tu, che non si trova chi debba farlo". Ha voglia di sfottere: spero che non l'abbiano sentita, ma almeno sembra che stia meglio. Risale sull'ambulanza. Voglio salirci anch'io: No, lei non può. Va bene, non discuto. Seguirò a piedi. Arrivo qualche minuto dopo e li trovo ad attendere l'ascensore. Questa volta non fanno storie se entro anch'io nell'ascensore. Dobbiamo salire al quarto piano: la cabina sale lentissima, mia madre riprende gli spasmi del vomito. Il feltro che la ricopre va bene per vomitarci dentro: ancora quella roba nera.
Dal quarto piano, dopo un breve consulto dell'infermiere con quelli del reparto, dobbiamo prendere un altro ascensore (Mio Dio, no!). Scendiamo di un piano. Meno male non vomita più. Entra in medicheria. Le infilano una sonda dal naso o dalla bocca, non capisco bene. Poi mi diranno che si tratta di una lavanda gastrica. Dati per l'anamnesi. Vogliono il codice fiscale. E chi se lo ricorda? Vabbè, me la darà dopo (Ci mancherebbe). La parcheggiano in una grande stanza sulla lettiga. Di fronte a lei un'anziana con la maschera dell'ossigeno che rantola (morirà in serata). Negli altri letti tre donne tagliuzzate da recenti operazioni e una ragazza di diciassette anni che piange per i dolori (un'appendicite, ma allora mi ha spaventato). Oddio, siamo nella valle delle lacrime. D'accordo, cerco di tirar su il morale a mia madre con qualche battuta, mostrandomi sereno: ma è ancora sconvolta.

Dovranno passare cinque giorni e cinque notti in bilico: a quell'età (89) un'ulcera e relativa emorragia non sono facili da recuperare. Ci sarà anche una trasfusione (delle tre) con reazione allergica.

Ma stamani l'emocromo era accettabile: l'hanno dimessa. E' tornata a casa, sia pure molto debole. Ora riposa. Riprende le forze.

Oggi.

Natività di Maria.

Un bacio, mamme.

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lunedì, agosto 30, 2004
"Sono felice. Non sono mai stata così bene in tutta la mia vita. E tu?"
Io? Sto benissimo."
"Da arrivare a toccare il cielo con un dito?"
"No, non così."
"Come, non così?"
"Molto di più. Almeno tre metri sopra il cielo."


Aver troppo i piedi per terra, rendere l'amore una sana ed equilibrata abitudine non è il mio ideale. Ogni tanto mi va di "pazziare".
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venerdì, agosto 27, 2004
"Ma perché, osserverete voi, ho detto che la storia delle vittime è la storia stessa di Dio?
Ma perché ogni qual volta un innocente è chiamato a soffrire, egli recita la Passione.
Che dico, recitare? Egli è la Passione: non nel senso, beninteso, che il Signore voglia rinnovato in lui il proprio sacrificio, come ho pure per errore pensato altre volte, ma nel senso bensì che è Egli stesso a crocifiggersi con lui. Potrà parervi disperante questo Dio disarmato.
E invece che cosa c'è, riflettendoci bene, di più consolante che questa solidarietà non di forza e di giustizia, ma di compassione e d'amore? E in verità è questo, semplicemente, amico mio:
la croce di Dio ha voluto essere il dolore di ciascuno; e il dolore di ciascuno è la croce di Dio."
(M. Pomilio, Il Natale del 1833, Rusconi 1983)

Queste parole suonano quanto mai opportune nel giorno in cui si è appreso dell'assassinio di Enzo Baldoni. Che questo sangue innocente affretti la pace in Iraq.
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martedì, agosto 10, 2004
BUONGIORNO, GENTE!
Ho fatto scorta di libri e parto per le vacanze: 1) Pomilio, Il Natale del 1833 2) Chesterton, I racconti di Padre Brown (ah, Gaetano!) 3) Eco, La misteriosa fiamma della Regina Loana.
Anche questo è viaggiare.
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venerdì, luglio 16, 2004

Oggi,

lasceranno che Michelangelo si svegli (ieri hanno cominciato a ridurgli i sedativi e gli hanno tolto una sonda nasale). Dicono che sarà talmente stanco che si addormenterà di nuovo, ma (per la prima volta dopo dieci giorni) di sonno naturale, finché si risvegli definitivamente sabato mattina.
Oggi è la festa della Madonna del Carmine. Tra le tue braccia, o Madre.



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martedì, luglio 13, 2004
Il cuore di Dio non ha esitato.
Qui un video e qui un servizio giornalistico di sabato scorso su Michelangelo.
Ora la Provvidenza di Dio e la solidarietà dei cristiani stanno lottando contro il male.
Rinsaldiamo la nostra fede e continuamo a pregare!


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mercoledì, luglio 07, 2004

Gesù benedetto,
il tuo cuore di padre e madre avvolga il tuo figlio Michelangelo, che hai rinnovato nell'acqua del battesimo: ti chiedo ciò che il mio cuore esita a chiedere. In ogni caso si faccia la tua volontà. Insegnami ad accettarla e ad amarla. Amen.

E voi tutti che leggete, pregate per Michelangelo perché superi il pericolo e sia restituito a coloro che lo amano.


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venerdì, luglio 02, 2004

Fatte le analisi del sangue.
Notevoli i risultati:
VES: prima ora 7 mm, seconda ora 18 mm, indice di Katz 8...

Cosa cavolo è l'indice di Katz?



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domenica, giugno 20, 2004

Monsignore, mi tolga una curiosità: quanti anni ha lei?
L'impertinente domanda è stata posta, alla fine della lunga conversazione, a mons. Grazio Gianfreda nella luce diffusa della cattedrale di Otranto, dopo circa due ore di domande, osservazioni, racconti e divagazioni sul mosaico e sul senso profondo del mosaico: l'uomo.
Ed era la passione di una vita intera che si riversava dalle parole accese di questo antico prete sulle nostre domande e sulle nostre esitazioni, dilatando il nostro cuore ad una visione della Verità che unisce e non divide, del dialogo possibile con ogni uomo, della ricerca del Bene supremo che tutto vivifica.

Monsignore ha risposto, con prontezza: l'età è veramente venerabile, ma non indulge a senilismi. Ha ancora la freschezza interiore del fanciullo. Ci ha stretto le mani, uno ad uno. A me ha donato l'abbraccio e il bacio di un padre. Forse perché ero la guida del gruppo. O forse perché ha intuito che mi aveva toccato il cuore. Quest'uomo ha qualcosa dello spirito di Dio.




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venerdì, giugno 18, 2004

Sissì, ci sono ancora.

Ma i buchi neri sono fatti così (cioè nessuno ha ancora capito come sono fatti veramente).
Forse sta arrivando il tempo di recitare questa:

O Padre buono, io sento ormai che la mia vita declina. Qualche volta ho paura che non sia stata come Tu l'avresti voluta. Di questo perdonami, o Signore, ma soprattutto ricevi il mio grazie per tutto ciò che in essa vi è stato di bene.
Questi ultimi anni che mi concedi, siano un buon epilogo dei miei giorni.
Donami la serenità e la pace dell'anima.
Accetta l'offerta della mia debolezza e delle mie sofferenze: questo sacrificio sia il mio contributo perché si realizzi il tuo regno nel mondo.
Vieni, o Signore, e rimani vicino a me nelle ore solitarie di questa sera della mia vita.
Riempile del tuo amore che non conosce tramonto.
Amen.








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giovedì, aprile 22, 2004

Ok, l'ho visto.

Non avevo mai visto una coda così lunga al cinema, e di ragazzi, per la maggior parte.
Mi ha fatto piangere la scena della flagellazione. "Io faccio nuove tutte le cose". Capisco.


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mercoledì, aprile 21, 2004

SCEGLI CHI VUOI ELIMINARE...

Solange o Donatella...  Mio Dio, non è che i sequestratori iraqeni guardano la tv italiana?

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mercoledì, aprile 14, 2004

Fino a quando, Sovrano,
tu che sei santo e verace,
non farai giustizia
e non vendicherai il nostro sangue
sopra gli abitanti della terra?

Stanno esumando i cadaveri dei massacri in Ruanda di dieci anni fa.





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domenica, aprile 11, 2004

BENEDIZIONE IN FAMIGLIA

NEL GIORNO DI PASQUA

quando si porta a casa l'acqua benedetta

  

Cristo Signore, nella Pasqua di morte e risurrezione, dà in abbondanza agli uomini l'acqua che zampilla per la vita eterna.

Quest'acqua trabocca dal pozzo della Samaritana e diventa fiume che bagna e vivifica la nuova Gerusalemme e i suoi abitanti.

 

In vari luoghi è consuetudine per le feste pasquali «attingere» l'acqua dal fonte battesimale, per portarla nelle case. Con quest'acqua bene­detta si fa il segno della croce e talvolta se ne prende anche un sorso prima di sedersi alla mensa di famiglia, come «segno» dell'acqua viva che disseta per la vita eterna.

 

Dove vige questa consuetudine è opportuno che prima del pasto si fac­cia un'apposita preghiera.

 

 

Dopo una breve introduzione di chi guida la preghiera, un familiare legge un brano della Sacra Scrittura scelto tra i seguenti.

 

Ez 36, 25-26

Così dice il Signore:

«Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati;

io vi purificherò da tutte le vostre sozzure

e da tutti i vostri idoli;

vi darò un cuore nuovo,

metterò dentro di voi uno spirito nuovo,

toglierò da voi il cuore di pietra

e vi darò un cuore di carne».

 

 

Tt 3, 5-6

Dio ci ha salvati

non in virtù di opere di giustizia da noi compiute,

ma per sua misericordia,

mediante un lavacro di rigenerazione

e di rinnovamento nello Spirito Santo,

effuso da lui su di noi abbondantemente

per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro.

 

 

Gv 4, 13-14a

Disse Gesù alla donna Samaritana:

«Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete,

ma chi beve dell'acqua che io gli darò

non avrà mai più sete».


 

Il capofamiglia:

Questo è il giorno che ha fatto il Signore,

rallegriamoci ed esultiamo.

 

Quindi dice:

Preghiamo.

Benedetto sei tu, Signore del cielo e della terra,

che nella grande luce della Pasqua

manifesti la tua gloria

e doni al mondo la speranza della vita nuova;

guarda a noi tuoi figli,

radunati intorno alla mensa di famiglia:

fa' che possiamo attingere alle sorgenti della salvezza

la vera pace,

la salute del corpo e dello spirito

e la sapienza del cuore,

per amarci gli uni gli altri

come Cristo ci ha amati.

 

Egli ha vinto la morte,

e vive e regna nei secoli dei secoli.

 

R. Amen.

 

Il capofamiglia con un ramoscello d'olivo porge l'acqua benedetta e ciascuno si fa il segno della croce.

 

Estratto dal "Benedizionale", edizione tipica per la lingua italiana del "De Benedictionibus" approvata secondo le delibere dell'Episcopato e confermata dalla Con­gregazione per la di­sciplina dei Sacramenti e il Culto Divino, decreto n° CD 620/90 del 9.6.92. I testi del Benedi­zionale diventano obbligatori dall'11 aprile 1993, Pasqua di Ri­surrezione.


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domenica, aprile 04, 2004
La butto qui come l'ho sentita (non dubito della serietà della fonte): in una delle tante conversazioni sul tema del terrorismo, un giovane interviene e precisa: "E' ora di intendersi su questa faccenda del terrorismo: se nella nostra società tolleriamo tranquillamente che una donna possa autonomamente sopprimere la vita dell'innocente che porta in grembo, perché scandalizzarsi se altri uomini e altre donne decidono di far fuori tanti altri innocenti?". Metà dell'uditorio ha applaudito. Metà ha reagito contrariato. Sono strani questi ragazzi d'oggi.
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Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti. Se prendo le ali dell'aurora per abitare all'estremità del mare, anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra. Se dico: "Almeno l'oscurità mi copra e intorno a me sia la notte"; nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce. (dal salmo 139)